Avvertenza per il lettore!
Chi sa cos’è l’UTMB salti pure al paragrafo successivo.
Il TOUR DEL MONTE BIANCO è un percorso permanente di trekking che gira intorno alla vetta più alta e famosa delle Alpi. Si può percorrere autonomamente appoggiandosi ai vari rifugi/posti tappa in quattro, cinque o anche sei giorni in base al proprio passo. È molto famoso all’estero forse più che in Italia, tanto che sono stati i francesi di Chamonix, tanti anni fa, a metterci la parola ULTRA davanti e ad organizzare una gara che faccia il giro tutto d’un fiato.
E in pochi anni l’UTMB è diventato il campionato del mondo del Trail.
Anzi, dell’Ultra Trail: 176 km e 10mila metri di dislivello da farsi in non più di 45 ore.
Per iscriversi bisogna partecipare ad un sorteggio, ma per partecipare al sorteggio bisogna aver concluso altre gare stabilite in un calendario che al mercato mio padre compró.
I fortunati poi, vengono estratti a Gennaio per una gara che si terrà a fine Agosto, senza possibilità di rinviarla all’anno successivo se in prossimità del gran giorno si deve rinunciare.
I fortunati quindi per otto mesi penseranno a quel giorno, si prepareranno per quel giorno e tutto il loro calendario sportivo ruoterà intorno a quel giorno.
Otto mesi di pensieri, speranze, programmazioni, logistica.
Questo è il racconto di uno di quei fortunati di Gennaio 2026: io.
LA VIGILIA
Le Ultra hanno il grande pregio di riportarti alla base, al necessario.
“Per sapere cosa è importante e cosa no, te lo devi portare su per una montagna” faceva dire Giancarlo Berardi a Ken Parker in un celebre fumetto che nella mia vita precedente divoravo.
E poi si ha tempo, tanto tempo, soprattutto per pensare.
Durante una Ultra si pensa molto.
Soprattutto quando la Ultra si chiama UTMB.
E io quindi ho pensato tantissimo.
Ho pensato soprattutto a questo momento. A quando mi sarei trovato a mettere per iscritto il mio weekend più importante dell’anno. A quando l’insalata russa di emozioni che è stato il mio cervello per oltre una settimana si sarebbe trasformata in un meraviglioso piatto da gustare comodamente e lentamente.
Da seduto.
Ho pensato a quando avrei potuto sorseggiare una birra, leggere un libro, lavarmi i denti, riposare.
Tutte cose che durante la gara mi apparivano così lontane e irreali.
Ma il giorno prima avevo pensato anche di non partire.
Quest’estate mi ero allenato come volevo e avevo fatto tutto quello che mi ero prefissato per arrivare fresco all’appuntamento ma il mio corpo dieci giorni prima si era messo di traverso.
Un fastidio all’anca che arrivava improvvisamente e non voleva passare, l’adduttore che ogni tanto si metteva ad urlare e quattro giorni prima della gara, anche solo una corsetta di 8 chilometri era stata un calvario.
La notte prima non ho chiuso occhio dal fastidio e la mattina davanti allo specchio mi dico: “Ma dove voglio andare? Che ci faccio qui?”
CHAMONIX
Arrivo col Bus di linea con la mia inseparabile Stella nella mattinata del gran giorno e comincia la vera attesa. Partenza ore 17:45.
Un po’ di tempo lo passiamo al bar, poi ci sediamo per pranzo a mangiare un’ottima carbonara e un’altra oretta la passiamo al centro sportivo per consegnare la sacca che ritroverò a Courmayeur.
Forse.
Psicologicamente sono già pronto al piano B: Il ritiro.
Verso le 14 siamo in zona partenza sul prato vicino alla Chiesetta. Un po’ sto sdraiato, un po’ mi alzo, un po’ c’è il Sole, un po’ è nuvolo, un’anima in pena.
Mi concentro sulla Settimana Enigmistica ma il pensiero va ovviamente a finire sempre lì.
È lo stesso ormai da una settimana: il fastidio sparirà? Peggiorerà? O resterà presente per tutta la gara? Che se va bene durerà 40 ore.
Quaranta ore sono già tante quando parto che sto bene.
Ma proprio adesso doveva saltare fuori?
La Stella non ha bisogno che le dica come sto, i miei pensieri me li legge in faccia, non ho bisogno di dire nulla, ma la sua compagnia è fondamentale. Sempre.
Stiamo lì ancora per un’oretta, poi ci salutiamo e lei torna in bus a Courmayeur aspettando mie notizie.
Se a Saint Gervais, al 22mo km vedo che non va, la chiamo e lei mi verrà a prendere.
Come diceva Napoleone: ‘On engage et puis on voit’
Si comincia e poi si vede…
I rebus e gli incroci obbligati mi distraggono un bel po’, le attese delle Ultra sono inevitabilmente analogiche. Col fatto che la batteria del telefono mi deve durare due giorni, si ritorna alla vecchia maniera. Però mi trasferisco sugli scalini della Chiesa che il prato dopo un po’ risulta scomodo. Le lancette scorrono troppo piano.
L’arco della partenza è a cinquanta metri da me, se va bene. La zona è ovviamente affollata ma pochi hanno il pettorale…dove sono finiti i miei colleghi? Tra due ore si parte e due anni fa mi ricordo che c’era già gente seduta per terra più di tre ore prima.
Improvvisamente mi viene un dubbio, che abbiano spostato la partenza?
Vicino a me c’è un gazebo dell’UTMB e vado a chiedere.
La risposta però non mi piace: “ Oui, oui, le depart est ici, hanno solo spostato l’orario per i temporali previsti, si parte alle otto di sera, dovrebbe aver ricevuto il messaggio sul telefono…”
Il telefono non prende…
Guardo l’orologio e sono le 4 del pomeriggio…
Non ho praticamente chiuso occhio la notte scorsa per i pensieri, ho il sedere quadrato che gli scalini della Chiesa sono in pietra e mi piacerebbe tanto avere una poltrona per rilassarmi. Invece devo stare scomodo due ore in più prima di partire per 100 miglia.
Vabbè, intanto vado a mangiarmi un hotdog, miracolosamente c’è un tavolino libero nel dehors di uno stand.
La sedia è di ferro e fa una bella gara con la pietra.
Vicino a me ho lo zaino, le bacchette, un ombrello, una bottiglietta d’acqua, la settimana enigmistica, una penna e un sacchettino col pane avanzato dal pranzo. Non sono precisamente pronto per una fuga veloce…
Le nuvole intanto sono sempre più nere. Al terzo morso mi accorgo che non è che di ketchup ne abbiano messo tanto, la salsiccia è un po’ troppo asciutta.
Il quarto morso è chiarificatore. Il ketchup era tutto in fondo al panino che per la pressione del morso si è bucato e praticamente un’intera bustina di salsa rossa è finita sulla felpa, sui pantaloncini e sulla coscia.
Due secondi dopo inizia a piovere.
Non la vedo ma la mia espressione dev’essere chiaramente esplicativa.
Primo fermo immagine.
Se credessi nei segni, mi fermerei qui e prenderei il bus per raggiungere la Stella ma insisto.
Non ho neanche un fazzoletto e così con due dita alla veloce mangio tutto il ketchup che riesco a tirare su mentre cerco di radunare le mie armi e bagagli con le dita libere e possibilmente pulite, trovando riparo sotto un balcone dove sono accatastate almeno una ventina di casse con le rotelle, di quelle che si usano nei concerti.
La settimana enigmistica è mezza salva, la felpa è un po’ macchiata ma chissenefrega perlomeno non mi bagno e posso stare ancora un po’ seduto.
C’è uno scalino un po’ ruvido ma mettendoci sotto l’antipioggia, il sedere un po’ ringrazia.
La pioggia nel frattempo si trasforma in diluvio ma io non me ne occupo, dovrò star lì almeno altre due ore. L’attesa sarà infinita, meglio buttarsi ancora un po’ sulle parole crociate con partenza numerata e non pensarci.
A un certo punto alzo gli occhi e vedo un fotografo che mi sta fissando con l’obiettivo. Io non so che fare, nel dubbio saluto, sorrido un po’, poi torno con lo sguardo sulle definizioni.
Secondo fermo immagine.
Solo dopo un altro minuto il fotografo si presenta. È inglese, dice che me la farà vedere prima di pubblicarla e di contattarlo su Instagram.
Sarà vero?
LUCE ROSSA
Il percorso dell’UTMB lo conosco bene, essendo un circuito permanente è sempre lo stesso, l’unica novità di quest’anno è la luce rossa frontale da utilizzare obbligatoriamente sulla salita che porta al Col de Bonhomme.
Con la motivazione ufficiale di disturbare il meno possibile la fauna selvatica in una zona ancora fortunatamente non antropizzata.
I primi 35 chilometri infatti si corrono quasi tutti in mezzo al chiasso e tra ali di folla fin sui sentieri.
Sono quasi tutti paesini dall’alta vocazione sciistica tipo Saint Gervais, il mio piano B.
Ancora prima di arrivarci capisco però che non devo scomodare la Stella. Sto bene, i fastidi a caldo sono quasi tutti spariti e al 23mo km, prima di entrare in paese la chiamo per tranquillizzarla: “Ci vediamo domattina a Courmayeur”
Lì poi ‘On verra bien’ si vedrà.
Saint Gervais sembra New York durante la Maratona, un tifo assordante che fa piacere ma stride sempre un po’. Troppo fuori contesto.
Poi arriva Les Contamines con altrettanto baccano, urla, musica e incitamenti.
C’è bisogno di silenzio, io ho bisogno di silenzio e la salita per il Col di Bonhomme capita a fagiuolo.
Prima però devo preoccuparmi di vedere nel senso stretto del termine. La luce rossa è così fioca.
Dovessi correre sarei già per terra ma camminando in salita e ciucciando l’alone degli altri, la sensazione è fantastica. In più c’è luna piena e neanche una nuvola. Quelli dell’organizzazione hanno decisamente avuto ragione. Fossimo partiti alle 17 e 45 avremmo corso due ore sotto l’acqua, invece alle 19 e 30 aveva smesso di piovere e il tramonto straordinario che mi ero goduto a Les Houches era da cartolina.
Terzo fermo immagine.
Ora sono a metà della lunga salita verso il Bonhomme: davanti a me il filo rosso delle frontali disegna la strada ancora da fare e la Luna aggiunge un tocco di colore, illuminando le rocce altrimenti prigioniere della notte.
Mi fermo un secondo e mi giro.
Il filo rosso della strada già fatta si perde nella profondità della valle che sto risalendo. Non sono l’ultimo.
In questo momento il mio posto nel mondo è qui.
Quarto fermo immagine.
COL DE LA SEIGNE
Il confine con l’Italia e la nascita del nuovo giorno.
L’alba me la godo durante la lunga salita. Prima un timido chiarore, poi pian piano la Luna che diventa gialla e fa quasi male agli occhi fissarla.
Poi l’azzurro vince e lo sguardo può spaziare su tutta la valle silenziosa.
Qui è dove ho sognato tante volte di essere e ora ci sono da sveglio.
So cosa ci faccio qui.
Passiamo vicino a un recinto di capre che però non si accorgono di questa meraviglia, per loro è normalità.
La novità siamo noi.
Molte dormono ancora, molte sono assonnate ma hanno la faccia simpatica di chi sta sognando qualcosa di allegro. L’unica attenta è una capretta piccina, in piedi su un masso che ci sta fissando mostrandoci il sedere.
Il collo è completamente rivolto verso di noi in senso innaturale ma lei non se ne occupa, invece di girarsi preferisce fissarci così.
Quinto fermo immagine.
COURMAYEUR
La mattinata è già avanzata e io mi sono ringalluzzito. La discesa su Courmayeur l’ho fatta con una freschezza nelle gambe che non credevo di avere. I dolorini e i fastidi si spargono un po’ dappertutto quando si tratta di pianura o di salita, ma spariscono completamente quando si tratta di discesa.
Al centro sportivo mi aspetta la Stella, la mia assistente e un materassino su cui sdraiarmi. Forse è per quello che faccio in fretta…
COL FERRET
A Courmayeur c’erano dieci colleghi in fila per il bagno, così addio cacca e lavaggio denti.
Ho provato dopo il Rifugio Bertone vicino ad un albero ma il risultato è stato mediocre.
Però al Rifugio Bonatti mi son fatto comprare dalla Stella una Lemonsoda…ahhh che meraviglia.
Poi ci siamo separati, lei per Courmayeur e io per la Svizzera.
Il Col Ferret è il confine, naturale e psicologico. Un altro posto nel mondo dove sognavo di stare e ora ci sono.
So benissimo cosa ci faccio qui. E sono al settimo cielo.
So che sono quasi al 100mo chilometro, ora me ne toccano 14 di discesa, ma soprattutto so che indietro non torno più. Mi giro per contemplare l’Italia per l’ultima volta.
La Val Ferret è tutta ai miei piedi, in lontananza si riconoscono les Pyramid Calcaires e il Col de la Seigne. Ero lì stamattina dopo l’alba, adesso è l’ora dell’aperitivo.
Il massiccio del Monte Bianco è tutto per me.
Sesto fermo immagine.
CHAMPEX LAC
Arrivo al ristoro che sono quasi le 22.
Il tramonto da film sulla valle di La Fouly si è tradotto in una lenta e progressiva diminuzione della luminosità. Come se qualcuno avesse girato lentamente un varialuce. Il ghiacciaio che incombe su di lei diventava sempre più tetro, prima di sparire dalla mia vista. Del sonoro invece se ne erano occupate le mucche coi loro rumorosissimi campanacci.
Si sentivano a chilometri di distanza, anche perché non c’era altro.
Al ristoro conquisto un pezzo di panca e appoggio sul tavolo la mia scodella piena di pasta al sugo dal sapore vagamente etnico mentre intanto cerco un fazzoletto dallo zaino che continua a cascare e a deformarsi quasi per dispetto. L’unico posto in cui sta fermo è quando ce l’ho addosso.
Alla fine non lo trovo e uso la fascia che ho in testa per soffiarmi il naso.
Di fronte a me c’è una ragazza che si sta passando delle salviette sotto le ascelle.
Sul tavolo c’è qualsiasi cosa. Del suo zaino e dei vari cambi di abito se ne sta occupando l’assistente. Hanno colonizzato praticamente tre posti. Mentre mangio continuo a fissare il contenitore delle salviette ma poi lo sguardo mi capita sulla mia mano e vedo che è nera.
Nera di terra…ma quando è che ho toccato la terra?
Poi però mi cola di nuovo il naso ma non trovo neanche più la fascia per la testa, lo zaino non collabora e intanto sento una voce da dietro; è una volontaria: “Sei da solo? Hai assistenza?” Io mi asciugo il naso con la manica della maglietta fingendo nonchalance e rispondo” No, non ho assistenza, perché?” ” Di là ci sono dei materassini per riposarsi, prenditi almeno venti minuti” “Grazieee, allora vado di là ma me ne bastano dieci di minuti.” E lei categorica “No, guarda fai pure venti…”
Chissà che faccia avevo…
Il settimo fermo immagine è sulle salviette che alla fine non erano di nessuno così mi sono pulito le mani.
TRIENT
Nel cuore della notte mi aspetta la salita più dura: Tseppes. Conoscere il percorso a volte è controproducente perché me la immaginavo già da diverse ore. Mi dicevo: ‘dai che poi arrivi a Vallorcine che te ne manca solo più una, sono 800 metri di dislivello ma è ripida, passano in fretta, poi te ne mancano solo tot’, assieme a mille altri calcoli iperbolici sulla cui coerenza ora nutro forti dubbi. È la seconda notte di gara, vedo continuamente facce al posto delle pietre e fotografi al posto degli alberi.
L’ottavo fermo immagine è per il tappo di una bottiglia di birra che ho aperto il giorno dopo. C’è il disegno un po’ fumettato della testa di un coccodrillo e automaticamente io mi sono ritrovato sulle pietre della salita di Tseppes.
VALLORCINE
Al ristoro prendo anche il caffè dopo l’ennesima scodella di ‘pates dans le bouillon’ pasta in brodo.
C’è il boccione con l’acqua calda e il barattolo di nescafè aperto lì vicino. Bar self service.
Il cucchiaino è legato e con una mano faccio un po’ di fatica, nell’altra ho sempre le bacchette che non so mai dove mettere, tanto cascano in ogni posto dove le appoggio e se qualcuno le pesta e me le rompe, per me sarebbe un disastro. Piuttosto meglio rovesciare il caffè.
Che infatti poi sul tavolo lo rovescio davvero. Sto uscendo da me stesso.
Appoggio la testa ed entro nella dimensione onirica. Dormo ma non dormo, sento voci ma è un sottofondo vago e lontano.
Mi sembra addirittura di vedermi dormire, come fossi appeso sul soffitto del gazebo e guardassi giù quello lì che dorme con lo zaino in spalla che tanto non sa mai dove mettere.
Poi dopo tipo un minuto o forse meno, mi sveglio, mi guardo intorno e mi dico: che ci faccio qui?
Il nono fermo immagine sono io che tento di rispondere alla domanda.
LA FLEGERE
L’ho sognata così tante volte che ho esaurito il plafond. Due anni fa c’era sulle transenne prima dell’ultimo ristoro lo striscione ‘Hasta la vista Baby’ e io da quel momento ho sempre associato La Flegere ad Arnold Schwarzenegger (chi non conosce la frase non ha mai visto Terminator 2).
Entro dentro ma mangio solo due fettine di anguria. In realtà mi fermo solo per il cartello, anche quello sono mesi che lo sogno: ‘Next station: Chamonix 7 km 10m d+
Mi mancano dieci metri di dislivello…
Ne ho fatti 9990….
È lui il decimo fermo immagine
CHAMONIX
La diacesa verso l’arrivo è lo spot del Trail Running, c’è di tutto: pietre, radici, spuntoni di roccia, tratti dolci e tratti nervosi. E io mi sento come fossi appena partito, non so spiegarmela questa cosa. Due giorni fa quasi non sapevo nemmeno se ci sarei andato a Chamonix e ora mi trovo a scendere all’impazzata gareggiando con due teste nere (i colleghi giovani si riconoscono dal colore dei capelli) come fosse un trail veloce.
Poi arrivo sull’asfalto e mi aspetta l’ultimo chilometro per le vie della città.
Passo il centro sportivo e sulla strada ci sono due volontari con diverse persone che mi indicano il marciapiede transennato dedicato a noi.
Io ringrazio, accelero che sono al settimo cielo ma il marciapiede è un po’ alto, ci sbatto col piede e finisco con la faccia sull’asfalto.
Letteralmente.
Infatti mi spacco il labbro e la bocca si riempie subito di sangue.
I volontari mi chiedono, i passanti si preoccupano ma io tranquillizzo subito tutti. Li ringrazio ma in questo momento potrebbero anche spararmi che continuerei lo stesso. Mancano 500 metri all’arrivo dell’Ultra Trail più famoso al mondo, ci ho messo più di un’ora e mezza in meno di due anni fa, finisco la gara fresco come una rosa e soprattutto devo raggiungere la Stella che mi sta aspettando da qualche parte tra il pubblico.
Le ovazioni sono interminabili e mentre viaggio ad un metro da terra per raggiungere l’arco blu dell’arrivo, all’ultima curva finalmente la vedo. Devo raccontarle un sacco di cose.
Tutti i fermi immagine di queste 38 ore, compreso l’ultimo, l’undicesimo.
L’asfalto di Chamonix.






